Telegrammi di condoglianze: ecco perché vi consiglio di evitarli

Con i tristi avvenimenti di questi giorni, spesso capita di vedere qualche conoscente perdere un proprio caro.
Uno dei metodi usati per esprimere il proprio cordoglio, da tempo immemore, è sempre stato il telegramma. È mia intenzione spiegarvi perché ritengo che, nel XXI secolo, siano una cosa da evitare.
Inizio subito facendo presente che i telegrammi sono gli SMS del XIX secolo. Questo è solo uno dei motivi che li rende anacronistici nell’era di Internet. Spendere oltre 5 euro per mandare 20 parole, spesso una banale frase di circostanza, non mi pare un bel modo per confortare una persona (o famiglia) in un momento così brutto della sua esistenza. Chiaro, l’usanza dei telegrammi di condoglianze è, come un sacco di altri bagagli culturali meritevoli di essere abbandonati, radicata nella tradizione pseudo-formale del nostro Paese. Viene usata da club, associazioni e realtà sociali varie quando un loro accolito subisce una perdita. Da persona che in passato ne ha ricevuti (e dovuti mandare), ritengo vi siano soluzioni migliori, in questi casi: una bella lettera (o mail) firmata, oppure, dato che si presume il conoscente abbia per voi una certa importanza, alzate la cornetta e chiamatelo di persona. Noterete che ho parlato di conoscente: se invece si tratta di un amico, non dovreste avere dubbi. Chiamatelo. O, in base al grado di amicizia, può bastare anche un messaggio personale (niente frasi fatte, se tenete a quella persona sforzatevi di scrivere due righe). Direi che l’equivalente del XXI secolo del telegramma sono le condoglianze sui social, altra cosa di pessimo gusto e da evitare, specialmente se fatte pubblicamente.
Un suggerimento che mi sento di dare agli amanti del telegramma: mandate piuttosto una lettera, o una mail, alla persona interessata, cercando di esprimere in maniera non telegrafica, ma nemmeno prolissa, che gli siete vicini. E, se volete fare un bel gesto che sarà sicuramente apprezzato, donate un importo pari al costo del telegramma in beneficenza, magari alla ricerca contro la malattia che si è portata via “il caro estinto”. L’esborso monetario sarà lo stesso, ma il valore del gesto sarà di gran lunga superiore.

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